Da una settimana esatta mi capita ormai di frequentare la compatta ma lievemente obesa cittadella universitaria palermitana; in questo periodo dell'assente essenza in nullo divenire chiamata "vita" taluni sono probabilmente eccitati dai previsti impegni da dedicare ai novelli studi; talaltri vengono affascinati dal pieno affollamento di certi spazi da parte di giovincelle altezzose e gonnifore, o dal giro sempiterno -simile a quello delle lancette d'orologio- nell'orbita della nuova architettura divinizzata altresì detta "facoltà", nomignolo espulso dalla macabra dentatura di ogni plebaglia appena immatricolata con già falsa maturata esperienza addirittura quasi fin troppo annoiante e comunque conosciuta fino in fondo(ed ovviamente ciò è almeno falsissimo): io che invece barcollo fra i viottoli e i sempre eguali pianerottoli e urto motociclette parcheggiate per via del moto ondoso del marciapiede vuoto me la cullo con dolce semplicità spontanea, com'è ovvio che faccia una mamma col suo pargolo d'ossa e organi annodati. fino ad oggi parola alcuna ad alcuno non rivolsi, simulando la vita di caverna d'orsi, anche se in fin dei conti di certo nessuno tentò di rivolgermi la parola (ma non gli occhi, che anzi abbondarono sul mio volto); tuttavia, mi fu domandato oggi un bastoncino fumogeno da una sorta di signorinella minuta e nera nelle vesti, proveniente da chissà quale paese di lontanissimo entroterra siculo: scambiammo alcune parole che probabilmente caddero a terra presso le merde canine e non in tasca, poi io mi dovetti dissolvere nel solvente delle scale e di essa mai più trovai traccia, meno che nel ricordo del taglio del ponte fra mani e braccia. in seguito venni prelevato da una rossa e una riccia già conosciute; quest'ultima però se ne andò inspiegabilmente, lasciandomi in balìa di onde tricotiche color rame e sangue. queste mi misero al cospetto di un altro essere femminile al quale parlai come una bara farebbe ad un bambino molto piccolo, con risultati ovviamente scadenti: la donna -dopo certe mie risposte- mi chiese se fossi malato e cose simili. ne causai infine l'ira ed una strana mossa finale, che consistette in un suo gesto con la mano atto a spostarmi gli occhiali da sole (più neri d'un silenzio d'universo) per controllarmi pupille ed iridi, con una sorta di complimento finale inspiegabile per quelli della mia stirpe. alla fine, dopo conferenze su briganti, accompagnamenti della rossastra a casa e traffici automobilistici giganti, nell'ingorgo avvertii un ticchettìo proveniente dall'esterno del veicolo: fui invaso da due ulteriori paesane ed un paesano i quali,adducendo come motivazione il fatto che io fossi amico della rossa (viceversa loro amica), desiderarono un passaggio presso il viale universitario.
ora: mi capitò in questa settimana già di intravedere la disperazione negli scatti e nei versi di tanti concittadini universitari; tantissimi umili e disgraziati sperduti si addensano nelle aule senza ben sapere il perchè di tali azioni, innumeri freaks dalle fattezze ahimè completamente da rifare strisciano negli angoli sperando nell'ombra e nel silenzio, ma qui a metà ottobre ancora si suda come usano fare i diavoli d'inferno ed il casino acustico non finisce mai. Per sottolineare l'angoscia di questo paesello di menti ipoteticamente in crescita, vi dedico il tragico pezzo attentatore di ogni sorta di arte di Gianni Celeste chiamato "Povero Gabbiano", che ormai è imperatore delle mie tempie.











