Immettendo -senza merletti di grazia in stoffa ma con la delicatezza degli angoli di certe squadrette da scolari negli occhi- la premessa dell'enorme difficoltà di questo mio inatteso passo, è d'obbligo che io corra almeno il rischio di decadere nella vischiosa nebbia di una nostalgia sbuffante dalle mie stesse seguenti parole; molti di voi -difatti- non avranno ormai neanche una vaghissima idea di cosa si possa celare dietro questa teoria alfabetica posta in questo stesso momento sotto il luccichìo delle vostre madide pupille; altri, invece, leggendo l'animarsi della mia icona, forse ripenseranno a tempi ampiamente fuggiti, come quando certi attimi causano tremori ampi dovuti al pensiero del cielo sopra le nostre teste, e sotto i nostri piedi (passando per il nucleo del globo e i cinesi -a testa rigorosamente in giù- dall'altro lato), e del nero macchiato di falso latte situato oltre l'appena citato azzurro.. eppure, questi vacui tassonomizzanti i nostri pieni sono sempre lì; noi flettiamo le palpebre solo al loro ricordo, non perchè alle volte se ne vadano chissà in quale pertugio inesistente. E così sono io; mi pare opportuno paragonarmi a quegli angoli delle vostre case ove nessuna goccia di miele di sole staziona mai, quegli angoli situati tra gli armadi e le pareti, quegli angoli tra i quali mi piace immaginare un continuo ma segreto distendersi come di arcobaleni grigiastri, quasi disegnati da ipotetiche matite d'altri tempi, quali oggi è difficile reperire.
Eppure, nel grigio rimante con il lemma "bara", è possibile (anche se non semplice) udire note non di certo squillanti, ma dense di pulsazioni che non voglio definire, un po' come il cremisi delle gengive dell'ebrea fotografata dopo poche ore dall'esecuzione che vi offro come supporto a questo mio (forse troppo banale) scritto pur cimiteriale.















