A pensarci bene da piccola non ero tanto normale.
Sono nata snob, con un'espressione schifata sulla faccia.
Schiva e asociale già in tenera età, al mare prendevo a palettate in testa tutti i marmocchi che osavano avvicinarsi al mio secchiello e alle mie pregiatissime polpette di sabbia.
Non avevo un buon rapporto nemmeno con gli animali, non sapendo gestirli, spesso li lanciavo.
All'asilo nessuno mi conosceva. Mi nascondevo sotto l'attaccapanni e al suono della campanella apparivo dal nulla fiondandomi come un'invasata verso l'uscita.
Instaurai losche amicizie con i nanerottoli più infimi del mio quartiere solo per apprendere la soave arte del rutto e provocare ribrezzo. In poco tempo fui in grado di espirare con la glottide tutto l'alfabeto comprese ics, ipsilon e doppiavu.
Gettai sul fuoco Cicciobello perchè mi fissava troppo, lo salvarono in extremis nero e affumicato. Il primo bambolotto di colore della storia italiana.
Alla mia prima comunione gorgheggiai in falsetto Fra Martino Campanaro per quasi tutta la durata della messa e il prete scosse il capo talmente tante volte che al momento dell'omelia dovette assentarsi per una crisi mistica.
Mi feci comperare cataste di Buondì con la scusa della raccolta punti per una mini tenda indiana giocattolo, per poi rivenderli a millelire cadauno a chiunque mi capitasse a tiro. Con tutti i soldi che accumulai avrei potuto campare di rendita e realizzare quello che era ed è il sogno della mia vita:
trasferirmi direttamente nella riserva degli Apache
o in un luogo solitario, possibilmente in culo ai lupi.
A pensarci bene, neanche adesso sono tanto normale.


















