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BABILONIA.

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PRESSO GLI ANGOLI SORRIDO

Immettendo -senza merletti di grazia in stoffa ma con la delicatezza degli angoli di certe squadrette da scolari negli occhi- la premessa dell'enorme difficoltà di questo mio inatteso passo, è d'obbligo che io corra almeno il rischio di decadere nella vischiosa nebbia di una nostalgia sbuffante dalle mie stesse seguenti parole; molti di voi -difatti- non avranno ormai neanche una vaghissima idea di cosa si possa celare dietro questa teoria alfabetica posta in questo stesso momento sotto il luccichìo delle vostre madide pupille; altri, invece, leggendo l'animarsi della mia icona, forse ripenseranno a tempi ampiamente fuggiti, come quando certi attimi causano tremori ampi dovuti al pensiero del cielo sopra le nostre teste, e sotto i nostri piedi (passando per il nucleo del globo e i cinesi -a testa rigorosamente in giù- dall'altro lato), e del nero macchiato di falso latte situato oltre l'appena citato azzurro.. eppure, questi vacui tassonomizzanti i nostri pieni sono sempre lì; noi flettiamo le palpebre solo al loro ricordo, non perchè alle volte se ne vadano chissà in quale pertugio inesistente. E così sono io; mi pare opportuno paragonarmi a quegli angoli delle vostre case ove nessuna goccia di miele di sole staziona mai, quegli angoli situati tra gli armadi e le pareti, quegli angoli tra i quali mi piace immaginare un continuo ma segreto distendersi come di arcobaleni grigiastri, quasi disegnati da ipotetiche matite d'altri tempi, quali oggi è difficile reperire.
Eppure, nel grigio rimante con il lemma "bara", è possibile (anche se non semplice) udire note non di certo squillanti, ma dense di pulsazioni che non voglio definire, un po' come il cremisi delle gengive dell'ebrea fotografata dopo poche ore dall'esecuzione che vi offro come supporto a questo mio (forse troppo banale) scritto pur cimiteriale.

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ben immaginerete -minuscoli assordati dal Silenzio- che dall'anno nuovo  di già poco mi aspettavo per due basilari motivi: il primo dei quali è che anzitutto la mia mente non riesce ancora a concepire il significato del passaggio al suddetto "anno nuovo", giacchè ogni istante noi tutti viviamo uno scontato futuro; il secondo motivo è che le disgrazie della mia famiglia sono esattamente sparse e mai concluse. la notte del 31, quella che per moltissimi è simbolo di urla inspiegabilmente assordanti racchiuse in tessuti generati da interi miseri stipendi, doveva per me essere invece una metafora di quel triste e -ahimè- smielato Amore che mi ha indissolubilmente legato alla rossa da me snobbata negli scritti dei tempi di scirocco; e difatti, per metà lo fu. tuttavia, alle ore 01.10 della notte fui raggiunto da una sgradevolissima telefonata comandata dalla voce di mio padre, il quale mi avvisò riguardo la morte di mio nonno. le palle ovviamente mi si torsero, ma (come scrisse Lenin) che fare? mi recai con la sorella impercettibilmente brilla presso il catafalco dell'avo, con una rapidità curiosa (visto il momento); il nonno defunto mi apparve come sempre mi appaiono i cadaveri che avvisto durante gli anni, ossia estremamente dolorante, cubico,tagliente nelle fattezze: chi dice che la morte rasserena le membra nonchè l'espressione probabilmente si accartoccia eccessivamente sui cartoni animati. per forza di cose, ad ogni modo, dovetti (per rispetto a mia madre,visto che mio nonno per me non fu mai obiettivo d'affetto -né io per lui-) fino a ieri mattina essere presente attorno alla bara, salutando parenti ed amici che personalmente ritengo essere ladri di strette di mano e baci, giacchè posso affermare di non averli mai visti. quando chiusero la bara il padre di mia madre esalava già putrefazione acre, ma dopotutto non fu colpa sua. al cimitero adagiarono la cassa sotto un paio di metri di terra, la stessa terra che -svuotata per fare posto al novello sommerso circa cinque minuti prima- ospitava i poveri resti di una donna morta sei anni fa, della quale riuscii ad adocchiare -non senza qualche difficoltà compositoria- una gambetta e resti di una splendida gonna ben lunga. comunque: questo è l'inizio dell'anno del sottoscritto Gomesio altresì conosciuto come Torlesio, vi lascio conclusioni e libertà di emettere motti banali ed arguti sulla mia situazione.

ancor prima di iniziare premetto di scrivere questo post da una sedia a rotelle rubata alla mia legalmente tossica nonna, indi per cui qualora dovesse essere presente ancora qualche paio d'occhi speranzoso di letizia, è per me del tutto libero di raggiungere gli ampi pascoli di mondezza cittadina situati soprattutto in vallate abbandonate.
morto non sono; o almeno, non clinicamente - ma questo vi è già noto. ciò che forse vi risulterà lievemente inaudita è la lunghissima teoria di sventure infinite che da tempo capitano alla mia famiglia e, dunque, parallelamente alle mie onorevoli palle. per prima cosa vi ricordo che in mio nonno ormai risiede solo un fossile di stomaco più vano delle spiegazioni di certi giuochi contenute nei mazzi di carte; non riesce più a contenere né cibo né quasi liquidi, che comunque a mio avviso non hanno più il piacere a prescindere d'esser riposti in una spelonca così tanto ruvida, minuta e ricucita. mio nonno è dunque ormai una sagoma umana; allo stesso tempo mia nonna è (come è già stato detto) una specie di tossicodipendente non perseguibile a norma di legge, e non discerne più la realtà da certe immagini di ombre su sfondo grigiastro che a mio avviso intravede. questa situazione di pregevole disgrazia dall'ampio strapiombo è ovviamente gestita solo da mia madre e mia zia, visto che i due avi catacombali ed egoisti si ostinano a non volere polacche o rumene tra i piedi, pur vedendo boccheggiare di stress e stanchezza quella povera bestia di mia madre che vedo ormai a sprazzi, ma sempre più nervosamente. come se tutto questo non bastasse, lo scienziato di grande università qual è mio padre, una decina di giorni fa ha pensato bene di avere il sentimento d'ischerzo interiore di andare a passeggiare in motorino nel bel mezzo del diluvio universale. la somma di questa geniale addizione è stata una frattura trimalleolare del piede destro (e qui si spiega la mia burla del vagare per casa -oltre a scrivere post- sulla sedia a rotelle destinata a mio padre). quindi, oltre a badare ai due vegliardi è necessario badare anche al pater familias: e chi svuota il pappagallo, chi lo alza e lo corica,chi ha "dormito" insieme a lui in ospedale dopo l'operazione, chi gli prepara da mangiare, chi lo appollaia presso il cesso? il sottoscritto Gomes.
è gran fortuna che io abbia intascato da un paio di mesi a questa parte il cuore di quell'antica rossa di cui vi parlai non poco, chè grazie a lei il salto dal ponte di via Belgio si fa lontanuccio per me: a lei dono tutti i miei abbracci, le mie attenzioni e le mie brevissime umane speranze (e anche tutto il mio perma, che ho notato finalmente uscire abbondantemente in file di stelle filanti simili a serpi agili). la mia vita è un ischerzo grottesco, ma questo l'ho già detto; spero solo di divenire come quell'uomo (qualora uomo sia) che voi avvistate al centro della foto posta sopra questo delirio senza febbre.

DOVEVO NASCERE DOMANI

diversi passerotti d'inconsistenza probabilmente si staranno adesso dimenando sotto vestitini di presunti diavoli, d'improbabili vampiri o di stregoni proprio artificiali: tralasciando il discorso della critica ad una festività filoamericana che non ci appartiene e via dicendo, vi appannerò gli occhi con un'ovvietà che però secondo me a moltissimi sfugge, ossia che personalmente non ho bisogno di seguire gli altri attuali umani in questo dionisiaco sfogo estremamente pseudo-cimiteriale, proprio per la mia natura di cadavere: essendo morto tutto l'anno mi sembra superfluo sottolinearlo per una notte per mezzo di qualche gommoso canino o di qualche parrucca di finzione. tutti prendono la morte per ischerzo, tentando di far scoccare in essa il brutto vizio della risata sguaiata, confusa e costante solo nell'indecisione, ma la verità è conservata dietro le foglie pressocchè autunnali e tra le pieghe delle vesti delle statue liberty nei cimiteri. è possibile che domani mattina presso uno di essi mi recherò, armato di macchina fotografica, con l'obiettivo di fotografare i morti tra i morti, ma forse imiterò questi ultimi disteso sotto le mie amabili coperte. per adesso vi regalo questo bel balletto di scheletri.

Da una settimana esatta mi capita ormai di frequentare la compatta ma lievemente obesa cittadella universitaria palermitana; in questo periodo dell'assente essenza in nullo divenire chiamata "vita" taluni sono probabilmente eccitati dai previsti impegni da dedicare ai novelli studi; talaltri vengono affascinati dal pieno affollamento di certi spazi da parte di giovincelle altezzose e gonnifore, o dal giro sempiterno -simile a quello delle lancette d'orologio- nell'orbita della nuova architettura divinizzata altresì detta "facoltà", nomignolo espulso dalla macabra dentatura di ogni plebaglia appena immatricolata con già falsa maturata esperienza addirittura quasi fin troppo annoiante e comunque conosciuta fino in fondo(ed ovviamente ciò è almeno falsissimo): io che invece barcollo fra i viottoli e i sempre eguali pianerottoli e urto motociclette parcheggiate per via del moto ondoso del marciapiede vuoto me la cullo con dolce semplicità spontanea, com'è ovvio che faccia una mamma col suo pargolo d'ossa e organi annodati. fino ad oggi parola alcuna ad alcuno non rivolsi, simulando la vita di caverna d'orsi, anche se in fin dei conti di certo nessuno tentò di rivolgermi la parola (ma non gli occhi, che anzi abbondarono sul mio volto); tuttavia, mi fu domandato oggi un bastoncino fumogeno da una sorta di signorinella minuta e nera nelle vesti, proveniente da chissà quale paese di lontanissimo entroterra siculo: scambiammo alcune parole che probabilmente caddero a terra presso le merde canine e non in tasca, poi io mi dovetti dissolvere nel solvente delle scale e di essa mai più trovai traccia, meno che nel ricordo del taglio del ponte fra mani e braccia. in seguito venni prelevato da una rossa e una riccia già conosciute; quest'ultima però se ne andò inspiegabilmente, lasciandomi in balìa di onde tricotiche color rame e sangue. queste mi misero al cospetto di un altro essere femminile al quale parlai come una bara farebbe ad un bambino molto piccolo, con risultati ovviamente scadenti: la donna -dopo certe mie risposte- mi chiese se fossi malato e cose simili. ne causai infine l'ira ed una strana mossa finale, che consistette in un suo gesto con la mano atto a spostarmi gli occhiali da sole (più neri d'un silenzio d'universo) per controllarmi pupille ed iridi, con una sorta di complimento finale inspiegabile per quelli della mia stirpe. alla fine, dopo conferenze su briganti, accompagnamenti della rossastra a casa e traffici automobilistici giganti, nell'ingorgo avvertii un ticchettìo proveniente dall'esterno del veicolo:  fui invaso da due ulteriori paesane ed un paesano i quali,adducendo come motivazione il fatto che io fossi amico della rossa (viceversa loro amica), desiderarono un passaggio presso il viale universitario.

ora: mi capitò in questa settimana già di intravedere la disperazione negli scatti e nei versi di tanti concittadini universitari; tantissimi umili e disgraziati sperduti si addensano nelle aule senza ben sapere il perchè di tali azioni, innumeri freaks dalle fattezze ahimè completamente da rifare strisciano negli angoli sperando nell'ombra e nel silenzio, ma qui a metà ottobre ancora si suda come usano fare i diavoli d'inferno ed il casino acustico non finisce mai. Per sottolineare l'angoscia di questo paesello di menti ipoteticamente in crescita, vi dedico il tragico pezzo attentatore di ogni sorta di arte di Gianni Celeste chiamato "Povero Gabbiano", che ormai è imperatore delle mie tempie.


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