Voglio raccontarvi la storia del re di W. a cui era stata presagita l’ora ed il giorno esatto della propria morte, cioè la mezzanotte esatta del suo trentesimo compleanno.
La sibilla che aveva fatto la profezia non aveva mai sbagliato, quindi alla corte erano tutti molto preoccupati quando arrivò il fatidico giorno.
Il re invece l’aveva presa con filosofia: per quella volta aveva voluto una festa ancora più sontuosa ed aveva ingaggiato i suonatori più bravi che si conoscessero ed al compositore migliore aveva chiesto un valzer apposta per l’occasione.
La festa si svolse in modo magnifico, tra musiche e colori, belle dame ed aitanti cavalieri e, puntualmente, poco prima della mezzanotte comparve nella sala una ragazza tutta vestita di nero.
La sua pelle era bianchissima, come marmo, ed il volto aveva una tristezza eterna.
Mosse i suoi passi verso il re, nessuno aveva dubbi su chi fosse e cosa volesse.
Appena giunta davanti al re stava per pronunciare la sua sentenza quando questi l’abbracciò e fece segno di iniziare il suo valzer.
Le note scivolavano leggiadre e gioiose per tutta la sala, inebriando i presenti, il re mosse i primi passi e la nera signora, dapprima riluttante, cominciò a seguirlo.
Il volto, dapprima tanto malinconico, si distese…. Com’era bello danzare ancora, girare nel vortice del ballo, scordare tutte le afflizioni ed i dolori che doveva infliggere a tanta gente ed anche a questo re così gentile!
Era bello dimenticare ogni dovere ed ogni incombenza, piacevole era scivolare nell’oblio ed in quella ovattata spensieratezza.
Nel frattempo l’orologio aveva iniziato a battere i suoi rintocchi ed in men che non si dica anche il dodicesimo battito fu scandito e la mezzanotte era trascorsa.
Il re si fermò e baciando la mano della Morte disse: “Mi dispiace, bella Signora, ma stavolta dovrai andartene senza di me!”
“La tua ora è passata, ed io non posso reclamarti, ma non esiste un’altra ora stabilita per la tua morte, quindi sei immortale e questo non può essere.”
Rispose la Morte mentre una lacrima le rigava una guancia.
Pian piano essa fece un passo indietro e poi un altro ancora, mimando la danza appena fatta ma facendola a ritroso e mentre faceva questo il pianto le si faceva sempre più forte, i singhiozzi aumentarono insieme alla consapevolezza del dolore di cui era portatrice dall’inizio dei tempi.
Nel far questo le lancette dell’orologio tornarono indietro e si riudì il dodicesimo rintocco e poi l’undicesimo e così fino al primo.
A quel punto la Morte baciò il re e questi morì.
link
La sibilla che aveva fatto la profezia non aveva mai sbagliato, quindi alla corte erano tutti molto preoccupati quando arrivò il fatidico giorno.
Il re invece l’aveva presa con filosofia: per quella volta aveva voluto una festa ancora più sontuosa ed aveva ingaggiato i suonatori più bravi che si conoscessero ed al compositore migliore aveva chiesto un valzer apposta per l’occasione.
La festa si svolse in modo magnifico, tra musiche e colori, belle dame ed aitanti cavalieri e, puntualmente, poco prima della mezzanotte comparve nella sala una ragazza tutta vestita di nero.
La sua pelle era bianchissima, come marmo, ed il volto aveva una tristezza eterna.
Mosse i suoi passi verso il re, nessuno aveva dubbi su chi fosse e cosa volesse.
Appena giunta davanti al re stava per pronunciare la sua sentenza quando questi l’abbracciò e fece segno di iniziare il suo valzer.
Le note scivolavano leggiadre e gioiose per tutta la sala, inebriando i presenti, il re mosse i primi passi e la nera signora, dapprima riluttante, cominciò a seguirlo.
Il volto, dapprima tanto malinconico, si distese…. Com’era bello danzare ancora, girare nel vortice del ballo, scordare tutte le afflizioni ed i dolori che doveva infliggere a tanta gente ed anche a questo re così gentile!
Era bello dimenticare ogni dovere ed ogni incombenza, piacevole era scivolare nell’oblio ed in quella ovattata spensieratezza.
Nel frattempo l’orologio aveva iniziato a battere i suoi rintocchi ed in men che non si dica anche il dodicesimo battito fu scandito e la mezzanotte era trascorsa.
Il re si fermò e baciando la mano della Morte disse: “Mi dispiace, bella Signora, ma stavolta dovrai andartene senza di me!”
“La tua ora è passata, ed io non posso reclamarti, ma non esiste un’altra ora stabilita per la tua morte, quindi sei immortale e questo non può essere.”
Rispose la Morte mentre una lacrima le rigava una guancia.
Pian piano essa fece un passo indietro e poi un altro ancora, mimando la danza appena fatta ma facendola a ritroso e mentre faceva questo il pianto le si faceva sempre più forte, i singhiozzi aumentarono insieme alla consapevolezza del dolore di cui era portatrice dall’inizio dei tempi.
Nel far questo le lancette dell’orologio tornarono indietro e si riudì il dodicesimo rintocco e poi l’undicesimo e così fino al primo.
A quel punto la Morte baciò il re e questi morì.
link
3 commenti
|


Aveva una cuffietta rosa sulla testolina, gli occhi chiusi in un sonno profondo.
La culla in cui giaceva era di legno, dipinta a mano, con tanti fiorellini e farfalline multicolori e dondolava dolcemente nella brezza tiepida della sera.
Il suo corpicino era amorevolmente avvolto in una copertina pulitissima e tutta ornata da una delicata trina di rara bellezza e fattura.
Le guanciotte rosee si muovevano come per cercare il ciuccio che era rotolato da una parte nel letto.
Sulla culla tintinnavano delle figure di cristallo che, appese ad un filo, dondolavano mosse dai movimenti del neonato e del venticello, quei delicati tintinni addolcivano il suo sonno profondo.
La stava guardando, con occhi fiammeggianti.
Il sorriso scoprì una lunga fila di denti aguzzi e gialli di sporcizia, il suo alito era pestilenziale.
Con una grossa manona afferrò la dolce testolina e la girò fino a compiere quasi un giro completo.
L'osso del collo si ruppe con un rumore secco, come di un ramo spezzato.
Con uno strappo staccò la testa dal corpicino e addentò voracemente una gota strappandola per intero, ugualmente fece con l'altra guancia.
Strinse forte il pugno finchè il piccolo cranio si aprì e lui potè succhiare avidamente il cervello di cui era ghiotto.
Appena ebbe finito gettò quel poco che restava ai cani che se la contesero rabbiosamente.
Sazio, con un sonoro rutto, l'orco si addormentò.
