Il vecchio John è pazzo, senza dubbio.
Una volta raccolse da un vecchio indiano mojave una leggenda stranissima:
nella notte di Walpurga, alla mezzanotte precisa, nel deserto Mojave comparirebbe una vecchia stazione ferroviaria, l'unica che esisteva tra Stillwater e Deadwood, i due capolinea della Mojave Desert Railroad Company sussidiaria della Western Union Pacific,che permetteva di attraversare il deserto.
Quella linea ferroviaria interrompeva il percorso migratorio dei bisonti e le tribù indiane ebbero molto a soffrirne finchè, un bel giorno, un vecchissimo sciamano indiano comparve davanti alla stazione e maledì la cisterna d'acqua dalla quale beveva il mostro di metallo.
Fu la maledizione oppure le mandrie di bisonti, coscientemente decimate dai bianchi per affamare i pellerosse, che si esaurirono o cambiarono percorso che infine la linea cadde in disuso e la stazioncina chiuse e pian piano rovinò e scomparve.
Il vecchio John è pazzo ma da Stillwater e anche da Deadwood trovò, in entrambe le città, nel dedalo di binari delle stazioni, dei monconi di ferrovia che scomparivano nel terreno e delle quali nessuno sapeva più nulla.
Quell'estate si verificò una tempesta di vento come mai se ne erano viste, la sabbia del deserto riportò alla luce dei pezzi di vecchia ferrovia, il vecchio John è pazzo ma è un buonissimo scout e riuscì a ripercorrere il vecchio tracciato ferroviario e ...qualcosa trovò.
Da allora il vecchio John passa il suo tempo in fondo al "Toro sul barile" ubriaco fradicio e se gli parlate non vi risponderà.
Ma nella notte di Walpurga è sobrio, sveglio e attento.
Se gli chiedete di condurvi per un antico tracciato verso una stazione dimenticata nel deserto i suoi occhi si illumineranno e vi farà da guida.
Il proprietario del "Toro sul barile" giura che nessuno è mai ritornato da quelle escursioni maledette, nemmeno il vecchio John.
Voglio raccontarvi la storia del re di W. a cui era stata presagita l’ora ed il giorno esatto della propria morte, cioè la mezzanotte esatta del suo trentesimo compleanno. La sibilla che aveva fatto la profezia non aveva mai sbagliato, quindi alla corte erano tutti molto preoccupati quando arrivò il fatidico giorno. Il re invece l’aveva presa con filosofia: per quella volta aveva voluto una festa ancora più sontuosa ed aveva ingaggiato i suonatori più bravi che si conoscessero ed al compositore migliore aveva chiesto un valzer apposta per l’occasione. La festa si svolse in modo magnifico, tra musiche e colori, belle dame ed aitanti cavalieri e, puntualmente, poco prima della mezzanotte comparve nella sala una ragazza tutta vestita di nero. La sua pelle era bianchissima, come marmo, ed il volto aveva una tristezza eterna. Mosse i suoi passi verso il re, nessuno aveva dubbi su chi fosse e cosa volesse. Appena giunta davanti al re stava per pronunciare la sua sentenza quando questi l’abbracciò e fece segno di iniziare il suo valzer. Le note scivolavano leggiadre e gioiose per tutta la sala, inebriando i presenti, il re mosse i primi passi e la nera signora, dapprima riluttante, cominciò a seguirlo. Il volto, dapprima tanto malinconico, si distese…. Com’era bello danzare ancora, girare nel vortice del ballo, scordare tutte le afflizioni ed i dolori che doveva infliggere a tanta gente ed anche a questo re così gentile! Era bello dimenticare ogni dovere ed ogni incombenza, piacevole era scivolare nell’oblio ed in quella ovattata spensieratezza. Nel frattempo l’orologio aveva iniziato a battere i suoi rintocchi ed in men che non si dica anche il dodicesimo battito fu scandito e la mezzanotte era trascorsa. Il re si fermò e baciando la mano della Morte disse: “Mi dispiace, bella Signora, ma stavolta dovrai andartene senza di me!” “La tua ora è passata, ed io non posso reclamarti, ma non esiste un’altra ora stabilita per la tua morte, quindi sei immortale e questo non può essere.” Rispose la Morte mentre una lacrima le rigava una guancia. Pian piano essa fece un passo indietro e poi un altro ancora, mimando la danza appena fatta ma facendola a ritroso e mentre faceva questo il pianto le si faceva sempre più forte, i singhiozzi aumentarono insieme alla consapevolezza del dolore di cui era portatrice dall’inizio dei tempi. Nel far questo le lancette dell’orologio tornarono indietro e si riudì il dodicesimo rintocco e poi l’undicesimo e così fino al primo. A quel punto la Morte baciò il re e questi morì.
Non voglio sognare cieli stellati e notti immerse nel chiarore lunare nè il caldo del sole abbagliante o la riposante risacca dell'oceano. Non chiedo di sognare amori travolgenti amanti instancabili e bellissimi dolci abbandoni e baci appassionati. Mi piacerebbe tutto questo, come no.... ma non chiedo tanto mi basterebbe anche solo sognare che sto vivendo.
La calura del sol più non temere nè d'inverno più la furiosa rabbia, tu hai già compiuto ogni tuo dovere la tua casa è andata, più non t'ingabbia; Ragazzi d'oro e ragazzine tenere come spazzacamini diventeranno cenere.
Lo scherno dei potenti più non temere, del tiranno ti è sopito anche lo sdegno, non ti curare del vestire o del mangiare per te una canna come d'una quercia ha il legno: il potere, la fisica ed il conoscere tutto prosegue così e diventa polvere.
Il lampo del fulmine più non temere nè del tuono il terrificante schianto non più la diffamazione nè le censure tu hai finito con la gioia o con il pianto Tutti i giovani amanti, specchi di Venere devono rassegnarsi a diventare cenere.
Nessun esorcista possa disturbarti nè alcuna stregoneria abbia ad incantarti Uno spettro senza pace tu non sia nè ti si avvicini nessuna malattia una quieta consunzione aver tu possa e rammentata sia sempre la tua fossa.
Traduzione libera ed infedele della bellissima "Fear no more" di W.Shakespeare
I neri cavalli scalpitano, la condensa del loro respiro, nell'aria fredda del primo mattino, li fa sembrare draghi mostruosi. I cavalli sono nervosi e scuri, i loro muscoli vogliono scattare, gli zoccoli vogliono mordere la strada.
Devo sbrigarmi... il cocchiere è impaziente, nel suo nero tabarro è una figura indistinta senza volto, immobile ma la sua frusta è pronta a schioccare.
Mi volto tristemente a guardare quelle poche cose che ho concluso e quelle migliaia che volevo fare ma che ancora non ho nemmeno cominciato.
Devo andare, la carrozza è pronta, pronta a partire, pronta a correre il viaggio deve cominciare! Sarà di certo un bel viaggio dal momento che mi hanno vestito col mio abito più bello.
Aveva una cuffietta rosa sulla testolina, gli occhi chiusi in un sonno profondo.
La culla in cui giaceva era di legno, dipinta a mano, con tanti fiorellini e farfalline multicolori e dondolava dolcemente nella brezza tiepida della sera.
Il suo corpicino era amorevolmente avvolto in una copertina pulitissima e tutta ornata da una delicata trina di rara bellezza e fattura.
Le guanciotte rosee si muovevano come per cercare il ciuccio che era rotolato da una parte nel letto.
Sulla culla tintinnavano delle figure di cristallo che, appese ad un filo, dondolavano mosse dai movimenti del neonato e del venticello, quei delicati tintinni addolcivano il suo sonno profondo.
La stava guardando, con occhi fiammeggianti.
Il sorriso scoprì una lunga fila di denti aguzzi e gialli di sporcizia, il suo alito era pestilenziale.
Con una grossa manona afferrò la dolce testolina e la girò fino a compiere quasi un giro completo.
L'osso del collo si ruppe con un rumore secco, come di un ramo spezzato.
Con uno strappo staccò la testa dal corpicino e addentò voracemente una gota strappandola per intero, ugualmente fece con l'altra guancia.
Strinse forte il pugno finchè il piccolo cranio si aprì e lui potè succhiare avidamente il cervello di cui era ghiotto.
Appena ebbe finito gettò quel poco che restava ai cani che se la contesero rabbiosamente.
Sazio, con un sonoro rutto, l'orco si addormentò.